ANNO XXX a.f. ( prima visione)
Tanto tempo fa, io, vedevo due amici. Le loro risate chiassose, le voci alte, la fantasia, riempivano di sé gli spazi.
Compivano strade parallele, separate, tenendosi appena per mano; in mezzo a quelle strade c’era un Viale della Vita, uno dei tanti, quello destinato a sfidarli.
Sui loro orizzonti proiettavano insieme immagini senza sosta, come per un film da girare in futuro: idee che sapevano suggerirsi, col silenzio e con le parole, condite di musica e colori. Non sapevano che era la Fiducia ad intrecciarle per loro, la Fiducia che è famelica di amore e verità.
Le loro mani , appena intrecciate, avanzavano sospese sullo spazio del Viale della Vita a loro destinato; gli si fecero incontro lungo quel Viale: arbusti che sembravano troppo vecchi, favole contemporanee, corpi, fantasmi, occhi, vicoli ciechi, nebbie, soli ardenti, sogni, silenzi, rumori, risate altrui, parole parole parole e un piccolo maschio e una piccola femmina innocenti. Ultimo fu il fiume dell’ambiguità, estrema prova di ogni relazione di cuori, che conta, e sempre più, l’affluire in esso di ogni sorta di liquido ad ingrossarlo pingue come un putto inconsapevole. Si faceva fatica a mantenere il respiro tra i palmi delle mani.
Improvvisamente, ma non tanto si sa, si ritrovarono con l’ultimo millimetro di pelle di dito a sentire appena le risate dell’altro.
Si guardarono. Già, si guardarono.
E quello che videro fu spaventoso e triste. Vecchi come si erano fatti nel tempo, senza accorgersene, videro due volti tristi, scorsero lacrime che non erano stati capaci di raccogliere, meravigliose luci l’uno dell’altra, l’una dell’altro, che non erano stati capaci di amare, rughe che avevano dimenticato di condividere, segni di dolore che facevano paura, desideri di gioia da fare invidia, bellezza che non erano in grado di mostrare al mondo l’uno dell’altra, l’una dell’ altro, fughe negli occhi dell’altro che non erano stati capaci di arginare, videro potenza negli occhi dell’altra che non erano stati capaci di volere. Videro la voglia di derubarsi e farsi del male. Videro le malattie. Videro un uomo che conoscevano e videro una donna che conoscevano, e non seppero più che farsene.
La Fiducia era volata via, dove il cibo di amore e verità era abbondante. Chissà dove poi.
Vecchi così, stanchi, mentre nel Viale della Vita continua a passeggiare ogni tipo di vitalità, le braccia stanche appassirono, la testa crollò un momento, e si accorsero in quel cedimento di un nano secondo che l’altra loro mano già teneva altre voci, altre risate, altre fantasie, sospese a loro volta su un altro Viale della Vita.
Si diedero le spalle.
Qualcuno strappò violentemente la spina sul loro orizzonte e si liberarono mille farfalle puzzolenti, lasciando il cielo sgombro.
Che fosse meglio cosí?
Ogni tanto mi svegliano dei pianti, a voi no? Dicono che sono i loro pezzi di cuore, dicono che ogni amicizia interrotta sia una sconfitta, dicono che valga la pena vivere il dolore, dicono che fosse bello, prima, dicono tante di quelle piccole tristezze… che un giorno quando avrò un amico vorrei raccontargliele.
“Coraggio amico mio, io sto con te e tu stai con me, io credo in te, tu credi in me. Tu sei un buon essere umano, tu sei un buon essere umano”, guardando le sue rughe, le sue fughe, le sue luci, le sue malattie. Lasciandomi guardare; chiedendolo.
Ma, forse, una forma così alta di affetto l’amicizia non sa sostenerla e l’Amore invade ogni cosa, e l’ Amicizia ha paura dell’ Amore. Di qualunque forma di Amore persino della più pura.
Meglio l’odore di mille puzzolenti farfalle.
ANNO XXXX d.f. ( seconda visione )
Le farfalle puzzolenti rubano il profumo delle altre.
Non riescono a trovare il loro, e vanno di qua e di là a piluccare le bellezze altrui.
Eleganza, indossa dei magnifici puois blu elettrico? Loro, trovano al mercatino dell’usato una preziosa antica seta color blu elettrico e la indossano, sbadatamente, alla festa di compleanno di Eleganza.
Novità, porta le ali un po’ inclinate indietro perché le piace sentire il vento accarezzarle un pezzo piú largo di pelle. Loro, curvano tutta la superficie delle loro ali, una semisfera diventano, cosicché sfruttando il vortice dei venti non puoi che guardarle.
Creata, si muove con una destrezza infinita, zampine, ali, antenne, tutto in lei danza, perché il suo movimento le procura gioia, benessere e, in chi la vede, voglie insospettabilmente vitali. Loro, sbattono ali, esercitano le zampe, agitano le antenne e le colorano, a suon di ogni musica che trovano. Non puoi non sentirle organizzate nei loro gruppi puzzolenti.
A volte vanno in scena su palcoscenici.
Ma questa è un’altra storia, perché quando un palcoscenico è abbandonato, viene occupato. Da chi vuole, chiunque, ovvio e giusto così. È il vuoto che genera ansia da prestazione.
Sono intelligenti le farfalle puzzolenti e sanno vincere.
La puzza però non passa. La puzza persiste, povere farfalle.
I farfalloni hanno lasciato tra i segni dei loro feromoni capricciosi anche questo, un odore.
Certo miele di fiori velenosi si incrosta appena bruchi sulle loro piccole spiritrombe, esalando un odore.
Gli specchi d’acqua che le hanno viste dolci si fanno opachi nel tempo e tentano di pulirli con rabbia, ma le loro ali si spezzano. Resta del loro sangue, sulla pelle, un odore.
Ogni ricordo ogni gesto ogni movimento ogni incontro ogni disagio ogni attesa ogni speranza ogni amore ogni volto ogni orizzonte ogni foglia caduta ogni fiore seccato ogni pioggia ogni nuvola ogni mano ogni compagna ogni amante ogni sguardo ogni abisso ogni passaggio hanno lasciato su questi miseri fragili alati esseri costretti tra cielo e terra un odore che non è il loro, che ha coperto l’antico stato in cui sono state generate dal quale faticosamente e spietatamente sole vengono fuori cibandosene, fino al punto che è più faticoso ritrovare l’originale anziché che indossarne un altro, uno qualunque, uno che piace, uno che forse, ma loro non lo sanno, ricorda più che mai il loro antico, sepolto dal succedersi dei momenti.
Ma ogni cosa altrui indossata porta anche un odore altrui vissuto in un altrove.
Questa la puzza. Tutto qua.
Sono stata un tempo una farfalla alata, costretta, dalla pianta in cui mi son cibata appena bruco abbandonata, ad assumerne i colori necessari a mimetizzarmi per sfuggire ai predatori più grossi. Ho assunto colori e forme, occhi e parti vitali necessari a confondere le fonti della paura e credere di poterne fuggire via. Ho vissuto, ho volato, mi hanno vista. Qualcuno mi ha persino amata. Gustosissima da mangiare ho dovuto assumere le sembianze di un essere velenoso e questo perché so di potermi immolare salvando però l’evoluzione.
La fatica accumulata nella ricerca della salvezza mi ha resa arida, amara, bella, impossibile, sola, sola a sé stessa.
Da qualche parte, di me osservano la sesta muta, fatta di pelle incandescente che bruciando almeno un colore, disperdendo almeno un odore, spezza le ali, perché sono donna e devo camminare. Qui. Mi pesa questa di evoluzione, non quella di farfalla, mi pesa; e allora torno a puzzare anche io sciogliendomi d’amore di fronte al volo di una piccola già volata via farfallina bianca.
ANNO XXXXX ? ( terza visione )
Qui. Cammino lungo un fiume colore di viola che profuma di viole.
Non avevamo mai notato che fosse Qui, dietro gli alti alberi che tagliano i venti al nostro giardino. Stamattina , non era nessuna stagione, estate autunno primavera e un lieve inverno attraversavano dolcissimi le ore dell alba.
I piedi cercano la terra.
Cammino.
Le mie gambe tornano a fare varco tra sé, il mio seme si culla.
Dove mi hanno tagliata si è ormai aggiunta una perenne forma di ansia, aggiunta lì sotto dove mi hanno cresciuta.
Le mie spalle sostengono bellissimi ricordi, aprono lo sterno e lo amano.
Guardo. Socchiudo gli occhi. Ascolto.
Mi cibo d’aria a bocca aperta.
In senso opposto un maestro cammina ci incrociamo e va via. Di lontano scorgo una maestra raccogliere erbe. Giù in fondo alla valle il vento solleva i capelli di un’ artista al cavalletto. Un mio amico attore pedala veloce. Qualcuna si nasconde dietro l’angolo con i suoi capelli rossi. Una voce di donna mi chiama lieta da un campo aperto: “Caaaaarmmmmeeeeeeeee…”. Mi avvicino ad un musicista, è di spalle, qualche passo e saprò chi è.
Tutto procede. Gli amici sono andati tutti via.
Ma il mio nuovo compagno mi rende libera di felicità, un piccolo corso di acque antiche e nuove. Sembra un bambino, un nuovo figlio dell’età, come il mio bambino, mi tende la mano, come al mio bambino la sorreggo; e andiamo andiamo andiamo e le strade davvero non finiranno mai. Le strade si popolano, le strade si illuminano, le strade festeggiano, le strade si intrecciano, le strade si moltiplicano, le strade si appassionano, le strade ci uniscono, le strade ci insegnano, le strade ci rappresentano, le strade ci cantano, le strade ci accolgono, le strade ci fanno così tanto sorridere… lungo un Viale della Vita.
Carmen Panarello e la sua TRIOLOGIA DI VISIONI.